Alfredo Ascani // Sull’Altipiano

Sono molte le ragioni che possono portarci ad un soggiorno sull’Altipiano di Asiago, storiche, paesaggistiche, boschi grandiosi intersecati da chilometri di strade bianche; ex strade militari, costruite durante la prima Grande Guerra, che li tagliano senza alterarli. Il silenzio permane, rotto soltanto da un traffico assai limitato di locali, mandriani, guardaboschi, molto pochi i turisti e quei pochi spesso veneti.

La tranquillità forse deriva dal fatto, che in questo tratto alpino non svettano cime innevate, le vette certo non mancano, ma non hanno le altidudini proibitive delle Dolomiti, invece hanno quasi tutte; poche si salvano, una sanguinosa storia da raccontare. Dicevo proibitive, che ad una certa età i dislivelli troppo elevati sono sconsigliati, ma l’Altipiano regala ai suoi visitatori molte singolarità, in maniera particolare a coloro che amano la storia patria.

Da ragazzo, le poche volte che mio padre si era lasciato andare ai ricordi aveva accennato ai suoi mesi trascorsi sull’Altipiano, mi aveva parlato del Monte Zebio, ma quasi subito la sua voce s’incupiva come se i suoi occhi rivivessero oscuri drammi, poi quasi subitaneamente passava a parlare del Montello: là siamo stati bravi, li abbiamo fermati! Il tono della sua voce riprendeva forza, vigore poi si fermava, e più non parlava. Per tale ragione dei suoi trascorsi giovanili; aveva circa ventidue anni, quando come richiamato partecipò alla Grande Guerra, conservavo solo questi due nomi di località. Di più non sapevo. Solo alcune sue foto lo ritraggono all’ospedale militare,
con un comico camicione lungo fino ai piedi ed un beretto in testa, così erano vestiti anche i suoi compagni. Dalla foto si denota chiaramente che lui era il più giovane fra gli uomini fotografati, che sono forse in convalescenza perché sorridono, sembrano ilari, forse semplicemente un tangibile segno della loro gioventù, credo che avevano tutti respirato i gas, ma fortunatamente erano riusciti ad infilarsi le maschere e quindi a salvarsi, anche se ben ricordo mio padre aveva il viso butterato, e mia madre mi raccontò che era stato il gas, sull’Altipiano.
In un’altra foto molto grande con circa cinquanta soldati, forse di più non saprei, c’è un ufficiale al centro del plotone, riconoscibile per la giacca più scura e il beretto più grande, anche in mezzo a quei rudi volti mio padre rimane individuabile per il suo volto giovanile quasi imberbe.

Studiando le carte geografiche ho potuto appurare che il Monte Zebio era sull’Altipiano, invece il Montello era un basso profilo collinoso, di cui il punto più alto era di 371 m. quasi sulle rive del Piave: era nella zona dove l’esercito italiano aveva posto la sua linea difensiva dopo la tragica ritirata di Caporetto.
Mio padre era in forza ad una compagnia del genio, e sono quasi certo che sotto le armi, acquisì i primi rudimenti del suo mestiere, difatti per molti anni fu un bravo elettricista.

Bene quest’anno vado a visitare l’Altipiano, è giusto che lo faccia, per non dimenticare quanti sacrifici e quanto sangue costarono quei pochi chilometri di terra alpina, per renderla italiana, d’altro canto servivano quei fiumi, quei ghiacciai, per alimentare le nostre risorse elettriche. Questo mi narrava il maestro quando ero alle elementari. In quell’epoca anche fra i bambini si respirava un’aria bellicosa, per la patria si doveva dare tutto anche la vita se necessaria.
Ricordo ancora gli elmetti scuri che calzavano le teste di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, i loro volti piuttosto arcigni, appesi in aula dietro le spalle del maestro: dovevano ricordare a noi bambini il momento solenne che la nostra Patria viveva. Tutto doveva essere sacrificato per la vittoria, in modo particolare la raccolta del materiale ferroso. Anch’io portai il ferro alla patria, pretesi che mia madre togliesse le barriere del mio lettino, erano di metallo, tanto ormai io ero grande, non potevo cadere dal lettino, incredibilmente mia madre mi assecondò, era il 1940.
Così una mattina portai queste barriere di metallo in classe, le ricordo piuttosto pesanti: così si vince la guerra!

Santa innocenza! Naturalmente questi sono ricordi della II G. M. Ora basta con i ricordi, torniamo sull’Altopiano.

Anche sull’Altipiano negli anni del 1940, era in corso un forte recupero di materiali ferrosi, certo quelli massicci che i recuperanti non avevano potuto portare a valle. I recuperanti fu un vero e proprio lavoro, che occupò per numerosi anni gli abitanti dell’Altipiano. Le cupole di spesso materiale ferroso erano ancora sul posto, rovesciate dalle precipitose esplosioni eseguite all’epoca della ritirata italiana, del 1916.
Nel 1911, lo Stato Maggiore italiano aveva fatto costruire due forti in cemento, munendoli ambedue con tre grossi pezzi di artiglieria, uno situato a Campolongo uno sperone roccioso che dominava la Val d’Astico, l’altro fu costruito a Verena. Tutti e sei i cannoni erano coperti da cupole di ferro di grosso spessore.
Le fortune dei due forti furono brevi, una volta individuati, le artiglierie pesanti austriache li bombardarono pesantemente, ma il colpo di grazia fu l’offensiva riuscita degli austriaci nel 1916, quando la Strafeexpedition costrinse gli italiani a ritirarsi, ma prima di abbandonare i forti fecero saltare le cupole e resero inservibili i pezzi di artiglieria. Le foto scattate dopo l’avanzata mostrano i soldati austriaci aggirarsi fra queste cupole rovesciate dall’esplosione. Nel 1940 queste cupole ebbero lo stesso percorso delle barriere del mio lettino. Le foto d’epoca mostrano grossi cannoni italiani catturati dagli austriaci, ed in verità si può rimanere sorpresi dalla loro mole e struttura. Dalle foto si evince che le artiglierie italiane non avevano nulla da invidiare confrontandole a quelle del campo avverso. Gli italiani riuscirono a fermarli sacrificando il bellissimo ponte che congiungeva Roana ad Asiago, era la fine di maggio del 1916. Le foto del forte austriaco di Cima Vezzena, mostrano anche in questo caso cupole rovesciate, questa volta dai colpi delle artiglierie italiane, la vita delle guarnigioni nei forti era dunque in ambo i casi particolarmente dura.
I forti italiani oggi restaurati si possono facilmente visitare la loro posizione è così panoramica da meritare la gita, le cupole sul Campolongo sono state ripristinate in materiale leggero.

Nei primi giorni di luglio ero in zona, per ripercorrere un itinerario più immaginato che reale. Sapevo così poco in realtà che le mie speranze erano assai fievoli, pensavo che questo mio viaggio fosse venato di molto romanticismo, e che a distanza di ormai 90 anni, la natura avesse giustamente ripreso il dominio del territorio, scancellando ogni tragico ricordo.

In questo mi sbagliavo, invece la memoria sull’Altipiano è ben costudita nei limiti imposti dal tempo e dalla natura che giustamente ad ogni stagione incalza e ricopre le ferite inferte alla terra, ma molto ancora si può vedere poiché le operose mani di vecchi alpini l’hanno salvaguardata. Conobbi al rifugio sull’Ortigara, uno splendido gruppo di “veci alpin”, di Marostica, che appunto passavano una settimana a curare e presidiare la memoria, dopo di loro un altro gruppo sarebbe subentrato. Mi offrirono generosamente da bere, quando spiegai perché un romano così stagionato era lassù in visita.

Vedo che perdo con facilità il filo del mio breve racconto, torno all’inizio.

Presi così alloggio in un gentile piccolo paese, Roana, vicinissimo ad Asiago, e da lì ogni giorno, per molti giorni ho ricostruito i percorsi.

Percorsi che avevano nomi, ossari, lapidi, cartelli con foto dell’epoca, piccoli cimiteri; sullo Zebio c’è ancora un piccolo curato cimitero della Brigata Sassari, zona sacra dove si chiede il silenzio ed il raccoglimento. Sull’Ortigara una colonna spezzata ricorda il sacrificio di migliaia di giovani alpini, sulla colonna sono incise tre sole parole: per non dimenticare. Quella che per me era stata in fondo una breve salita, era stata la salita all’inferno per i nostri Alpini. Ci si può rendere conto quando arrivati verso la cima s’incontrano le munite poderose trincee austriache, le minacciose feritoie delle mitragliatrici che seminavano la morte, poiché anche i feriti avevano scarse possibilità di salvarsi, i posti di medicazione erano molto in basso. Sull’Ortigara gli alpini morirono tanti e poi tanti, troppi. Anche gli austro-ungarici ebbero perdite notevoli, dice una relazione ufficiale dell’11. Armata; << i battaglioni ritirati dall’Ortigara sono scorie >>. Il 25 giugno del 1917 quattro battaglioni di truppe sceltissime austro-ungariche, mossero all’attacco, riprendendo le posizioni che noi avevamo conquistate con tanto sacrificio umano.

Desidero riportare un dato: dall’agosto all’ottobre del 1914, ad esempio, il ritmo delle perdite delle truppe francesi; s’intende sul loro fronte in Francia, fra i morti, feriti e prigionieri era di 100.000 uomini al mese. Noi italiani non eravamo ancora in guerra, ma immagino facilmente che il soldatino italiano non conoscesse minimamente in quale inferno andava ad introdursi e che cosa l’attendeva.

Ricordo ancora un’analisi fatta da uno storico francese François Cochet dell’Università di Metz. Questo storico si è posta la domanda: come è stato possibile, date le condizioni di vita nelle trincee, resistere tanto tempo in ambo i campi, con quel tremendo stress? Lo storico suggerisce la ruralità: difendere il suolo della patria per un esercito composto in maniera rilevante da contadinbi, rientra in una concezione arcaica che i rurali naturalmente hanno. Il senso dell’obbedienza è più accentuato nella classe rurale che nella classe operaia, all’epoca il ceto operaio era ancora assai scarso. Ritengo personalmente che questa analisi possa essere applicata anche al nostro esercito: l’Italia dell’epoca era prettamente contadina, il contadino ama e difende più intensamente la sua terra. Lo stesso storico riporta un dato sulle nostre perdite alla fine della guerra affermando che ammontano a 750.000 uomini. Le cifre che vengono data sui nostri libri di storia sono minori, ma non sarei meravigliato se fossero state ridimensionate dalle autorità dell’epoca per qualificare maggiormente la vittoria, oppure i decessi negli ospedali militari venivano diversamente conteggiati, gli antibiotici ancora non esistevano e le morti per infezione erano numerose.

A quota 1706 sul Monte Zebio nel giugno di quell’anno, si svolsero drammatici fatti, e feroci scontri intorno alla lunetta dell’esplosione, attacchi perseguiti per ben sette e più volte e sanguinosamente vissuti da entrambi i contendenti.
Qui sullo Zebio ho capito il dolore interiore di mio padre, il genio aveva scavato una galleria che s’inoltrava sotto le trincee austriache, vi erano già sistemati quintali di esplosivo, ad una data prefissata doveva esplodere la mina e subito dopo l’attacco in quella zona sconvolta dall’esplosione doveva permettere ai nostri fanti di prendere senza dispendio di vite italiane una zona strategica del fronte. Così non fù, un violento temporale carico di fulmini e saette fece anzitempo esplodere la mina uccidendo quasi tutti i genieri che vi lavoravano, dai 150 ai 200 uomini ed inoltre tutto lo stato maggiore della Brigata Catania, circa 20 ufficiali che avevano il compito di condurre l’attacco. Temo che mio padre e i genieri superstiti abbiano passato giorni a dare sepoltura ai loro compagni, e tentare di dare un nome a chi non aveva più un volto.

Nel gentile paese di Canove ho visitato un piccolo ma prezioso museo, i reperti tutti originali sono custoditi nella vecchia stazione ferroviaria, la linea è da numerosi anni in disuso. In questo museo si può ben capire lo sforzo che fece l’industria italiana per recuperare il distacco tecnologico che separava gli eserciti contendenti, forse anche culturale: nella compagnia di mio padre composta da circa 200 uomini, solo il 50 per cento sapeva leggere e scrivere.

Un esercito di contadini fu costretto ad apprendere rapidamente l’infelice arte della guerra ma furono tenaci, ricordando che gli avversari erano tutti di chiara fama, ben organizzati meglio armati e con ottimi strateghi. In quella guerra invece vinse la caparbietà, per molti di loro era la quarta guerra d’indipendenza, così almeno si pronunciò mio padre: la parola Savoia non diceva molto ai semplici soldati, anzi Sciaboletta così veniva chiamato Vittorio Emanuele III, era il nomignolo con cui lo ironizzava la truppa.

Undici furono le offensive italiane, con un enorme dispendio di vite, Cadorna generale in capo non era uno stratega che aveva molta cura dei soldati, era impietoso, l’unico suo merito è l’aver previsto anzitempo la linea difensiva sul Grappa, In quel caso egli fu eccezionalmente previdente, poiché questa linea difensiva salvò il paese dalla invasione. Sul Montello fummo bravi! Ancora mi risuonano nelle orecchie quelle paterne parole che furono pensate e vissute da un intero esercito, composto dalla Sicilia al Piemonte con cento e cento dialetti, usi e costumi e tradizioni diverse, ma quelle parole li unirono e salvarono il paese dall’invasione: sul Montello, questa volta erano le mitragliatrici italiane a seminare la morte ed il Piave fortunatamente in piena si riempi di poveri corpi.

Ancora poche cose desidero ricordare del mio breve soggiorno ricco di emozioni.

La visita al Mausoleo Ossario di Asiago, nei larghi freddi umidi marmorei corridoi, la commozione toglie il respiro, i nomi si susseguono dalla A alla Z: sono oltre i 50.000, forse 60.000, tutti giovani che amavano la vita e la diedero inseguendo una parola che allora aveva un profondo significato. In questo Mausoleo ci sono enormi loculi di soldati ignoti, soldati sconosciuti, di diverse nazionalità, che la morte ha accomunato, la caparbietà ed il valore fu comune in entrambi i fronti.

Erano ormai trascorsi 15 giorni del mio soggiorno sull’Altipiano, suscitando ricordi e profondi sentimenti: uomini semplici ma animati da un forte coraggio erano andati all’assalto di una trincea tra buche e reticolati e il monotono suono delle mitragliatrici, che innaffiavano lo spazio davanti alle loro feritoie. Chi aveva la fortuna di correre in un campo non battuto, ossia quel piccolo spazio tra il fuoco di due mitraglie, forse salvava la sua vita, a volte bastavano pochi metri perché il lancio delle bombe a mano fosse proficuo e riuscisse a far tacere il loro suono di morte. Così fu per mesi e mesi. Due parole avevano avuto il potere di rievocare un passato che molti italiani ho il timore hanno dimenticato: il Monte Zebio ed il Montello. Parole che furono poche volte espresse, ma sempre con un orgoglio misto ad un trattenuto dolore, ed’io ragazzo non le lasciai cadere nel dimenticatoio.

Ma ormai era giunto il momento di tornare a pensieri più ridenti. Sentivo che il debito con mio padre era assolto, mi correggo: non con mio padre, lui fu tra i fortunati che tornarono, ma con quella generazione che si sacrificò.

Scendendo dall’Altipiano la strada con numerosi tornanti ci porta a Bassano del Grappa, una deliziosa città con un centro storico intatto, malgrado i feroci e prolungati bombardamenti che subì nel 15-18. Le sorprese non erano finite: dopo tanti giorni passati in dolorose memorie, Bassano ci riservò a me e a mia moglie una incredibile scoperta. Chiedendo ad un edicolante dove potevamo trovare una libreria, rispose: ne abbiamo una, una sola ma buona!
La sua voce aveva un particolare tono ironico, che in quel momento non comprendemmo.

Seguendo le sue indicazioni la trovammo: non era una libreria: era il tempio dei libri! Ho visitato nella mia vita decine e decine di librerie, ma questa di Bassano del Grappa è in assoluto la più bella la più capiente, la più fornita, insomma un sogno di libreria, vi si poteva entrare e rimanervi per ore. Si sviluppava su più piani dentro un antico palazzo nobile, con scaffalature di legno antico. Il personale discreto ma pronto ad indicarti la strada nel dedalo dei corridoi, tanto da ricordarmi un poco la libreria che descrive Eco nel suo romanzo In nome della rosa. Una libreria così accogliente, con una sede così nobile Roma non la possiede, ne sono certo nemmeno Milano.

Quante ricchezze si nascondono nel nostro paese, che i nostri genitori hanno faticosamente unificato!

La libreria Roberti di Bassano merita una visita, chi ama i libri deve assolutamente visitarla, perché chi vi entrerà con qualche piaga dolente nel cuore per le attuali vicende che segnano il nostro paese, sempre in ritardo nei suoi traguardi, vedendo questa splendida realizzazione, ne uscirà rinfrancato, scoprendo quali tesori sappiamo creare e silenziosamente coltivare nel nostro in fondo, sconosciuto paese.